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LA PROMESSA DELL’EDEN parte 2 | Pastore Heros Ingargiola | 18.01.2026

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LA PROMESSA DELL’EDEN – parte 2

Pastore Heros Ingargiola

Genesi 2:8-15 8 Dio il SIGNORE piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. 9 Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. 10 Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci. 11 Il nome del primo è Pison, ed è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro; 12 e l’oro di quel paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e l’ònice. 13 Il nome del secondo fiume è Ghion, ed è quello che circonda tutto il paese di Cus. 14 Il nome del terzo fiume è Chiddechel, ed è quello che scorre a oriente dell’Assiria. Il quarto fiume è l’Eufrate.
15 Dio il SIGNORE prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse.

Comprendiamo che Eden rappresenta la dimensione spirituale, la sorgente, mentre il giardino è un luogo fisico e geografico, un habitat che Dio prepara per far vivere l’uomo che ha creato e per permettere a Dio di avere comunione con lui e manifestare la Sua gloria. Il giardino in Eden è il primo santuario, il primo luogo di culto preparato da Dio.

Nel giardino Dio fa germogliare alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Da Eden esce un fiume che irriga il giardino e si divide in quattro corsi — Pison, Ghion, Tigri ed Eufrate — mostrando che il giardino vive della benedizione che proviene dalla sorgente.

Noi comprendiamo che l’uomo entra in un mondo che Dio non ha soltanto creato, ma ha preparato. Dio pensa al bene dell’uomo e prepara per lui un ambiente specifico. L’uomo è nel giardino perché Dio lo ha messo lì. Dove Dio ci mette, lì c’è benedizione. Non siamo in un luogo per caso davanti a Dio; Dio ha preparato quel luogo e quel tempo.

Entriamo in un mondo già in ordine, mentre prima non lo era. In Genesi 1 la terra era informe e vuota, nel caos e nelle tenebre, a causa della caduta di Lucifero che aveva deformato il creato. Quando Dio interviene, non mette prima l’ordine, ma il Suo governo. Dio parla e, quando parla, il disordine si allinea all’ordine del cielo. Così, quando parliamo in accordo con Dio e con la Sua Parola, portiamo il cielo sulla terra.

Eden è la sorgente, il giardino è il luogo che beneficia della sorgente. Non possiamo essere benedetti con le nostre forze. La benedizione viene dal Signore. Il lavoro non è la fonte della benedizione, ma il mezzo attraverso cui Dio benedice. Quando Dio benedice, l’uomo non aggiunge nulla con il suo affanno. Non possiamo confondere il mezzo con la fonte. La sorgente ha un nome: Yahweh, l’Io Sono.

Genesi 2:15 “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse.”

Comprendiamo che l’uomo non vive in un giardino di sua proprietà. Il giardino rimane proprietà di Dio. Questo principio riguarda tutta la nostra vita: tutto ciò che abbiamo — vita, beni, famiglia, lavoro, chiesa — appartiene a Dio ed è affidato a noi per amministrazione. Dio richiede fedeltà ai Suoi collaboratori. Anche se qualcosa porta il nostro nome, la proprietà resta di Dio.

Il lavoro non è una punizione. Quando Dio mette l’uomo nel giardino per lavorarlo, non lo fa per punirlo ma per benedirlo. Tutto ciò che facciamo per Dio, dentro e fuori la chiesa, è sacro. Il lavoro nella famiglia, nel servizio, nella professione e nella chiesa è un onore.

La parola ebraica usata per “lavorare” è עֲבוֹדָה (Avodà), che significa servizio sacro. Da questa parola deriva anche culto. Noi non assistiamo a un culto, ma offriamo un culto al Signore. Quando Dio affida un compito, dà anche la grazia, l’unzione e le capacità necessarie per svolgerlo. Se serviamo Dio con le nostre forze, ci stancheremo; se lo serviamo con le Sue forze, persevereremo.

Siamo chiamati a lavorare e custodire il giardino. Non possiamo essere passivi. La fedeltà nel poco ci farà ottenere di più. Gesù stesso ci ha insegnato che chi è fedele nel poco sarà fedele nel molto. L’infedeltà, invece, ci farà retrocedere. Non è la posizione, il titolo o l’etichetta che ci fa crescere, ma la fedeltà al compito affidato.

La fedeltà è il termometro spirituale del nostro cuore. Non siamo in competizione con gli altri. Ognuno di noi ha il proprio giardino da lavorare. Servire Dio non è teorico, è pratico.

Comprendiamo che la mancanza di fedeltà nasce spesso dall’ingratitudine. Un cuore fedele dimora nella gratitudine. L’ingratitudine è il primo segno di raffreddamento spirituale. Possiamo essere benedetti e vivere comunque nell’ingratitudine. Simone aveva Gesù davanti, ma non ebbe rivelazione; la donna peccatrice, invece, espresse una profonda gratitudine ai piedi di Gesù.

Adamo ebbe l’onore di lavorare e custodire il giardino, ma non manifestò gratitudine. Non costruì un altare, non offrì nulla al Signore. L’ingratitudine di Adamo determinò un comportamento morale sbagliato. Dove manca onore, il nemico entra. Dove manca gratitudine, il nemico trova spazio. Gesù disse che dov’è il nostro tesoro, lì sarà anche il nostro cuore. Le nostre azioni rivelano il nostro cuore.

La parola “custodire” indica anche autorità e governo. Quando Dio ci affida un ruolo, ci affida anche autorità. Mancare nel servizio significa mancare nell’esercizio del governo affidato. Prima dell’autorità c’è il lavoro. Non può esserci dominio senza sacrificio.

Questo ci porta a comprendere il parallelismo con il sacerdozio levitico.

Numeri 3:6-10 6 «Fa’ avvicinare la tribù di Levi e mettila a disposizione del sacerdote Aaronne, affinché sia al suo servizio. 7 Essi avranno la cura di tutto ciò che è affidato a lui e a tutta la comunità davanti alla tenda di convegno e faranno così il servizio del tabernacolo. 8 Avranno cura di tutti gli utensili della tenda di convegno e di quanto è affidato ai figli d’Israele, e faranno così il servizio del tabernacolo. 9 Tu darai i Leviti ad Aaronne e ai suoi figli; tra i figli d’Israele sono essi quelli che si dedicheranno completamente al suo servizio. 10 Tu stabilirai Aaronne e i suoi figli, perché esercitino le funzioni del loro sacerdozio; l’estraneo che si accosterà all’altare sarà messo a morte».

Gli stessi verbi usati per Adamo — lavorare e custodire — sono usati per i Leviti. Adamo era chiamato a essere il primo sacerdote sulla terra, un re e sacerdote chiamato a connettere cielo e terra in un santuario creato da Dio. Adamo venne meno al suo servizio.

Gesù è l’ultimo Adamo. Dove Adamo fallì nel giardino, Gesù vinse nel Getsemani. Gesù svolse perfettamente il lavoro sacerdotale che Adamo non portò a termine, accettando fino alla fine il prezzo del sacrificio.

Genesi 3:24 “Pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada roteante.”

I cherubini furono posti per proteggere l’umanità, perché se Adamo avesse mangiato dell’albero della vita non ci sarebbe stata possibilità di redenzione. L’albero della vita esiste ancora. Il giardino esiste ancora. L’Eden esiste ancora. Oggi lo riconosciamo come Gerusalemme celeste, una città-giardino dove scorre il fiume della vita, dove l’albero della vita è al centro, dove non c’è più morte né dolore, e dove la gloria di Dio illumina ogni cosa.

Gesù sulla croce dichiarò: “È compiuto”. In quel compimento è inclusa la restaurazione dell’Eden e la speranza finale dell’umanità.